martedì 9 luglio 2013
martedì 2 luglio 2013
Ci sentiamo. ci vediamo. ci troviamo. una sera. o quella dopo. o.
"Ci son le persone che diventano un ricordo e ci son le persone che diventano un filtro. E le persone che diventano un filtro le avverti sottopelle quando senti parlare di cose che ti han svelato loro, quando muovi il braccio in un certo modo, quando odi qualcosa per le loro ragioni. Quando ami qualcosa per le loro ragioni. Quando la realtà passa attraverso i tuoi occhi in un modo che hai preso in prestito da loro, per non ridarglielo mai più."
lunedì 24 giugno 2013
Cocktail a mezzogiorno
E poi c'è chi non sa gustarsi neanche mezz'ora seduto al tavolino.
Vedi queste madri ansiose, smaniose, quasi frenetiche, che ti guardano male ogni volta che passi vicino al loro tavolo, che si alzano e pretendono chissà cosa per il loro pargoletto, non notando che prima di loro si sono sedute altre venti persone e, probabilmente, c'è un turno da rispettare.
E poi ci sono loro.
Una categoria a parte.
Completamente nel suo mondo.
Più rilassata e distesa.
I mariti.
Loro, che tra un piantino e l'altro del figlio (e della moglie), mentre si abbandonano a consensi forzati ad ogni futile osservazione della compagna, riescono a trovare anche il tempo di distribuire sguardi ammiccanti qua e là.
E io, mentre preparo l'ennesimo cocktail per chi forse vuole dimenticare, pigio play al mio CD preferito, me la rido e penso a quanto sono felice di esserne fuori.
lunedì 10 giugno 2013
Votarsi all'inquietudine
La luna c'era
poi quando lei si girò nel sonno
mi abbracciava
e un po’ era sveglia
o forse solo sognava
e un po’ mi sorrideva
e la luna c’era
ma i grilli continuavano a cantare che non c’era
ma era lo stesso
per me era lo stesso
quei grilli ci sapevano fare
e c’era la luna
ed era notte
e meraviglia, ragazzi, meraviglia.
(Guido Catalano - La luna c'era)
Mentre dorme il pescecane
Invece con te ero a mio agio, mi facevi compagnia. Sei dentro di me e posso portarti ovunque. Non ti ho mai parlato per convincerti di qualcosa e non lo voglio fare adesso. Ti parlavo per il piacere di parlarti e così ti ascoltavo. C’eravamo trovati. Credo sia questo l’amore e non dico a vanvera. Solo che non so cosa devo fare. Quello che ho studiato tutta la vita, le avventure, i rischi, le donne, non bastano a chiarirmi le idee: cioè se ti devo portare via o no.
(Mentre dorme il pescecane - Milena Agus)
martedì 28 maggio 2013
domenica 26 maggio 2013
lunedì 6 maggio 2013
Romantic details
La stanza era minimale quasi spoglia. In un angolo un televisore acceso, un modello vecchio perfino gracchiante.
Di fronte alla cucina un divano in pelle verde scura. E un'enorme finestra. La mia parte preferita. Da lì entrava luce e vita, ma anche il riflesso della pioggia argentea nelle notti invernali più intense.
Sul tavolino in vetro una tazza di caffè amaro ancora fumante e qualcuno dei suoi vinili 33 giri preferiti dalle copertine consumate e un po' sbiadite.
La sua camicia bianca appoggiata sulla sedia, mentre la radio trasmetteva "Come rain or come shine" di Billie Holiday. E tra quelle note avvolgenti ed estranianti ricordo ancora la sua testa sulla mia pancia che seguiva il ritmo accelerato del mio respiro. Non mi muovevo, me ne restavo totalmente immobile per la paura di interrompere l'attimo. Quell'attimo che, inutile dirlo, spazzava via ogni dettaglio.

Di fronte alla cucina un divano in pelle verde scura. E un'enorme finestra. La mia parte preferita. Da lì entrava luce e vita, ma anche il riflesso della pioggia argentea nelle notti invernali più intense.
Sul tavolino in vetro una tazza di caffè amaro ancora fumante e qualcuno dei suoi vinili 33 giri preferiti dalle copertine consumate e un po' sbiadite.
La sua camicia bianca appoggiata sulla sedia, mentre la radio trasmetteva "Come rain or come shine" di Billie Holiday. E tra quelle note avvolgenti ed estranianti ricordo ancora la sua testa sulla mia pancia che seguiva il ritmo accelerato del mio respiro. Non mi muovevo, me ne restavo totalmente immobile per la paura di interrompere l'attimo. Quell'attimo che, inutile dirlo, spazzava via ogni dettaglio.

mercoledì 1 maggio 2013
Attimo privilegiato
lunedì 29 aprile 2013
La ballata di Lucy Jordan
si rese conto che non sarebbe mai
passata per Parigi
in un’auto sportiva
col vento tiepido che le soffiava tra i capelli.
(Shel Silverstein)
martedì 19 marzo 2013
Meglio berci su
C'è un piccolo bar, un po' squallido ma dall'aria quasi metropolitana, all'angolo vicino al centro. Ci vado perchè non c'è quasi mai nessuno ed ha quel tipo di sgabelli come piace a me: in acciaio, alti, posti lungo una sorta di piano, in legno scuro, che percorre l'intera vetrata e che si affaccia sulla via di fronte. Mi siedo sempre lì: adoro guardare fuori, vedere chi se ne va a lavoro, chi torna a casa con qualche busta della spesa, chi corre a pagare il biglietto per un parcheggio magari di solo qualche minuto.
Non ci sono occhi indiscreti in quel piccolo bar. Del resto in una cittadina, dove tutti ci conosciamo, devi rifugiarti nei posti meno frequentati per poter fare quello che vuoi senza essere più di tanto osservato o "disturbato".
Il proprietario è il classico pasticcere dall'aria simpatica e amichevole, con qualche chilo di troppo e un accento vagamente romano. Mi piace perchè sorride. Sorride sempre. A chiunque, senza distinzione.
E' una mattina come tante, piovosa e umida anzi umidissima, sorseggio il mio solito caffè bollente che oramai mi viene preparato senza bisogno che chieda niente. Basta un mezzo sorriso appena entro.
Sfilo dalla borsa il quaderno in cui, ogni tanto, mi diverto ad appuntare cose di ogni genere, e decido di approfittare di quell'ora libera per cercare nel volto o anche nella camminata di qualche passante la fonte di ispirazione per buttare giù qualche riga.
Quando, all'improvviso, la voce soave di Ella Fitzgerald che, fino a quel momento aveva cullato i miei pensieri e accompagnato la mia penna, viene bruscamente sostituita da un acuto di Tiziano Ferro in "Rosso Relativo", canzone che fin dagli esordi non sono proprio mai riuscita a mandar giù.
Mi giro di scatto per capire cosa sia successo, e solo a quel punto mi accorgo dell'arrivo del nipote del proprietario: un ragazzotto sui sedici anni piuttosto in carne, con qualche brufolo qua e là, un taglio di capelli decisamente o meglio tremendamente all'ultima moda, e con più colori indosso lui di tutti i carri di prima e di seconda categoria che hanno preso parte alla sfilata di Carnevale. Ma il momento più bello è quando, non ancora soddisfatto della coraggiosa scelta musicale, inizia ad improvvisare con fare del tutto disinvolto e convinto una sorta di break dance delle braccia.
Rotto ormai l'incantesimo, sorridendo con lo zio di quel soggetto così bizzarro, opto per riporre il quaderno dentro la borsa e per dirigermi verso il bancone dove, completamente assorbita da tanta vitalità, decido di ordinare un bel negroni.
Meglio berci su, mi dico.
Non ci sono occhi indiscreti in quel piccolo bar. Del resto in una cittadina, dove tutti ci conosciamo, devi rifugiarti nei posti meno frequentati per poter fare quello che vuoi senza essere più di tanto osservato o "disturbato".
Il proprietario è il classico pasticcere dall'aria simpatica e amichevole, con qualche chilo di troppo e un accento vagamente romano. Mi piace perchè sorride. Sorride sempre. A chiunque, senza distinzione.
E' una mattina come tante, piovosa e umida anzi umidissima, sorseggio il mio solito caffè bollente che oramai mi viene preparato senza bisogno che chieda niente. Basta un mezzo sorriso appena entro.
Sfilo dalla borsa il quaderno in cui, ogni tanto, mi diverto ad appuntare cose di ogni genere, e decido di approfittare di quell'ora libera per cercare nel volto o anche nella camminata di qualche passante la fonte di ispirazione per buttare giù qualche riga.
Quando, all'improvviso, la voce soave di Ella Fitzgerald che, fino a quel momento aveva cullato i miei pensieri e accompagnato la mia penna, viene bruscamente sostituita da un acuto di Tiziano Ferro in "Rosso Relativo", canzone che fin dagli esordi non sono proprio mai riuscita a mandar giù.
Mi giro di scatto per capire cosa sia successo, e solo a quel punto mi accorgo dell'arrivo del nipote del proprietario: un ragazzotto sui sedici anni piuttosto in carne, con qualche brufolo qua e là, un taglio di capelli decisamente o meglio tremendamente all'ultima moda, e con più colori indosso lui di tutti i carri di prima e di seconda categoria che hanno preso parte alla sfilata di Carnevale. Ma il momento più bello è quando, non ancora soddisfatto della coraggiosa scelta musicale, inizia ad improvvisare con fare del tutto disinvolto e convinto una sorta di break dance delle braccia.
Rotto ormai l'incantesimo, sorridendo con lo zio di quel soggetto così bizzarro, opto per riporre il quaderno dentro la borsa e per dirigermi verso il bancone dove, completamente assorbita da tanta vitalità, decido di ordinare un bel negroni.
Meglio berci su, mi dico.
venerdì 25 gennaio 2013
I waited for something/ and something died/ so I waited for nothing/ and nothing arrived
Savanna scatters and the seabird sings
So why should we fear what travel brings?
What were we hoping to get out of this?
Some kind of momentary bliss?
I waited for Something, and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived
It's our dearest ally, it's our closest friend
It's our darkest blackout, it's our final end
My dear sweet Nothing, let's start a new
From here all in is just me and you
I waited for Something and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived
Well I guess it's over, I guess it's begun
It's a losers' table, but we've already won
It's a funny battle, it's a constant game
I guess I was busy when Nothing came
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I waited for Something and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived
I waited for Something and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived
(Villagers - Nothing arrived)
domenica 13 gennaio 2013
Lì c'è una Chevy del '36, dietro c'è posto. Si parte.
Amo quest'atmosfera, questa ricchezza di pagine, di parole e di pensiero.
Anche in bagno ci sono libri, tra cui quello che sto leggendo proprio in questi giorni. Una guida alla Beat Generation in cui si afferma che "On the road" oltre che il più famoso sia, anche, il libro più brutto di Jack Kerouac. Ognuno pensi quello che vuole, ma quello che più mi ha colpito è stata sicuramente una della frasi iniziali di questo resoconto sugli anni cinquanta:
"Lì c'è una Chevy del '36 con il motore acceso. Jack e Neal stanno parlando e parlando, dietro c'è posto. Si parte."
I temi del viaggio, del fuggire dalla quotidianità e dalle convenzioni, della ribellione e della libertà, d'altronde si sa, sono stati i capisaldi di quel movimento. I beat sono degli incalliti sognatori, spesso sregolati. Passano le loro notti a bere Tokaj Royal Chalica e ad ascoltare Charlie Parker e Thelonious Monk al club Red Drum.
La storia tra Jack e Neal colpisce perfino un musicista di Pomona. Tom Waits dedica, infatti, ai due amici per la pelle una ballata che è un monumento ai due. Narra di viaggi sotto le stelle e di vecchie automobili del '55 che stentano ad arrivare a destinazione. Racconta di essere nato su un taxi in corsa dalle parti di Pomona. Anche Neal sostiene di essere venuto al mondo su una macchina diretta a Los Angeles. Non meraviglia allora che Waits sia riuscito a saltare sulla macchina di Jack e Neal.
La canzone in questione si intitola ovviamente "Jack & Neal" ed è nell'album "Foreign Affairs".
Il mio pranzo intanto si è scongelato e non c'è niente di più piacevole che cucinare con un po' di buona musica in sottofondo. Buon appetito e buon ascolto.
lunedì 7 gennaio 2013
Strangely
(Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita)
martedì 27 novembre 2012
Tell me why
E, poi, c'è l'amore che non sai perchè.
(Foto di Mo Gelber, New York, 2012)
lunedì 26 novembre 2012
martedì 20 novembre 2012
Baby I know it
Ancora e ancora.
E ci trasportava in un'altra dimensione spazio-temporale.
Stavamo attraversando le vie deserte intorno alla città finchè ci fermammo mentre il ritmo aumentava. Menefreghisti, spensierati quasi incoscienti iniziammo a cantarla con un microfono immaginario in mano. E poi ballammo e salimmo sul cofano, mentre una leggera pioggia autunnale iniziava a scendere.
Gli amici di sempre intanto andavano a ballare nei locali più "in" del momento, e i cellulari squillavano, ma a noi cosa importava? Eravamo straordinariamente io e te. Lì, in mezzo al nulla, illuminati solo dai fari di una macchina immobile. E urlavamo a ritmo di musica e ridevamo e poi urlavamo ancora e ridevamo di nuovo. E il tuo viso nella penombra di cui riuscivo ad assaporarne comunque il sorriso.
Era tutto straordinariamente bello.
E così dopo anni succede che quella canzone la risento oggi, per caso, in questa stanza; e c'è quel bambino con noi che la canta e tutti sorridiamo perchè è così buffo.
Guardo lui ed ogni cosa torna alla mente: chiara, forte, tremendamente viva.
Sorrido mentre le guance arrossiscono.
Quattro minuti appena, e tornare quasi bambina.
mercoledì 24 ottobre 2012
Two cups
e benché i vicini siano tutti barbari e
tu, tu sia a mille miglia di distanza,
sul tavolo ci sono sempre due tazze…"
(Anonimo - Dinastia Tang 618-906)
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