martedì 28 maggio 2013

lunedì 6 maggio 2013

Romantic details

La stanza era minimale quasi spoglia. In un angolo un televisore acceso, un modello vecchio perfino gracchiante.
Di fronte alla cucina un divano in pelle verde scura. E un'enorme finestra. La mia parte preferita. Da lì entrava luce e vita, ma anche il riflesso della pioggia argentea nelle notti invernali più intense.
Sul tavolino in vetro una tazza di caffè amaro ancora fumante e qualcuno dei suoi vinili 33 giri preferiti dalle copertine consumate e un po' sbiadite.
La sua camicia bianca appoggiata sulla sedia, mentre la radio trasmetteva "Come rain or come shine" di Billie Holiday. E tra quelle note avvolgenti ed estranianti ricordo ancora la sua testa sulla mia pancia che seguiva il ritmo accelerato del mio respiro. Non mi muovevo, me ne restavo totalmente immobile per la paura di interrompere l'attimo. Quell'attimo che, inutile dirlo, spazzava via ogni dettaglio.



mercoledì 1 maggio 2013

Attimo privilegiato




Ugo Mulas. Signora Scull, New York 1964.

Mulas ha scritto: “ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà; dopo di che, tutti gli attimi si equivalgono”.

lunedì 29 aprile 2013

La ballata di Lucy Jordan


All’età di 37 anni
si rese conto che non sarebbe mai
passata per Parigi
in un’auto sportiva
col vento tiepido che le soffiava tra i capelli.

(Shel Silverstein)

martedì 19 marzo 2013

Meglio berci su

C'è un piccolo bar, un po' squallido ma dall'aria quasi metropolitana, all'angolo vicino al centro. Ci vado perchè non c'è quasi mai nessuno ed ha quel tipo di sgabelli come piace a me: in acciaio, alti, posti lungo una sorta di piano, in legno scuro, che percorre l'intera vetrata e che si affaccia sulla via di fronte. Mi siedo sempre lì: adoro guardare fuori, vedere chi se ne va a lavoro, chi torna a casa con qualche busta della spesa, chi corre a pagare il biglietto per un parcheggio magari di solo qualche minuto.
Non ci sono occhi indiscreti in quel piccolo bar. Del resto in una cittadina, dove tutti ci conosciamo, devi rifugiarti nei posti meno frequentati per poter fare quello che vuoi senza essere più di tanto osservato o "disturbato".
Il proprietario è il classico pasticcere dall'aria simpatica e amichevole, con qualche chilo di troppo e un accento vagamente romano. Mi piace perchè sorride. Sorride sempre. A chiunque, senza distinzione.

E' una mattina come tante, piovosa e umida anzi umidissima, sorseggio il mio solito caffè bollente che oramai mi viene preparato senza bisogno che chieda niente. Basta un mezzo sorriso appena entro.
Sfilo dalla borsa il quaderno in cui, ogni tanto, mi diverto ad appuntare cose di ogni genere, e decido di approfittare di quell'ora libera per cercare nel volto o anche nella camminata di qualche passante la fonte di ispirazione per buttare giù qualche riga.
Quando, all'improvviso, la voce soave di Ella Fitzgerald che, fino a quel momento aveva cullato i miei pensieri e accompagnato la mia penna, viene bruscamente sostituita da un acuto di Tiziano Ferro in "Rosso Relativo", canzone che fin dagli esordi non sono proprio mai riuscita a mandar giù.
Mi giro di scatto per capire cosa sia successo, e solo a quel punto mi accorgo dell'arrivo del nipote del proprietario: un ragazzotto sui sedici anni piuttosto in carne, con qualche brufolo qua e là, un taglio di capelli decisamente o meglio tremendamente all'ultima moda, e con più colori indosso lui di tutti i carri di prima e di seconda categoria che hanno preso parte alla sfilata di Carnevale. Ma il momento più bello è quando, non ancora soddisfatto della coraggiosa scelta musicale, inizia ad improvvisare con fare del tutto disinvolto e convinto una sorta di break dance delle braccia.
Rotto ormai l'incantesimo, sorridendo con lo zio di quel soggetto così bizzarro, opto per riporre il quaderno dentro la borsa e per dirigermi verso il bancone dove, completamente assorbita da tanta vitalità, decido di ordinare un bel negroni.
Meglio berci su, mi dico.

venerdì 25 gennaio 2013

I waited for something/ and something died/ so I waited for nothing/ and nothing arrived






Savanna scatters and the seabird sings
So why should we fear what travel brings?
What were we hoping to get out of this?
Some kind of momentary bliss?

I waited for Something, and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived
It's our dearest ally, it's our closest friend
It's our darkest blackout, it's our final end

My dear sweet Nothing, let's start a new
From here all in is just me and you
I waited for Something and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived

Well I guess it's over, I guess it's begun
It's a losers' table, but we've already won
It's a funny battle, it's a constant game
I guess I was busy when Nothing came

I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)
I guess I was busy (when Nothing arrived)

I waited for Something and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived
I waited for Something and Something died
So I waited for Nothing, and Nothing arrived

(Villagers - Nothing arrived)

domenica 13 gennaio 2013

Lì c'è una Chevy del '36, dietro c'è posto. Si parte.


Sono quasi le 13. Ho appena tirato fuori qualcosa dal freezer e intanto che aspetto, sto bevendo il secondo caffè in questo straordinario quanto imponente appartamento, sul lungarno, nel pieno centro di Pisa. Purtroppo dalle finestre non si riesce a scorgere il fiume, ma poco importa quando ogni centimetro di ogni parete è ricoperto da vecchie librerie. Ho i romanzi di Kafka sulla sinistra, Victor Hugo dall'altra parte insieme a Stendhal, Flaubert, Rimbaud, Proust e Cèline. Virginia Woolf invece è proprio davanti a me. E chissà quanti altri scrittori non sono ancora riuscita a scovare! Poi c'è la libreria dedicata esclusivamente alla musica classica, gli infiniti cd si alternano alle biografie dei compositori, alcuni dei quali li sto scoprendo proprio attraverso questo soggiorno.
Amo quest'atmosfera, questa ricchezza di pagine, di parole e di pensiero.
Anche in bagno ci sono libri, tra cui quello che sto leggendo proprio in questi giorni. Una guida alla Beat Generation in cui si afferma che "On the road" oltre che il più famoso sia, anche, il libro più brutto di Jack Kerouac. Ognuno pensi quello che vuole, ma quello che più mi ha colpito è stata sicuramente una della frasi iniziali di questo resoconto sugli anni cinquanta:
"Lì c'è una Chevy del '36 con il motore acceso. Jack e Neal stanno parlando e parlando, dietro c'è posto. Si parte."

I temi del viaggio, del fuggire dalla quotidianità e dalle convenzioni, della ribellione e della libertà, d'altronde si sa, sono stati i capisaldi di quel movimento. I beat sono degli incalliti sognatori, spesso sregolati. Passano le loro notti a bere Tokaj Royal Chalica e ad ascoltare Charlie Parker e Thelonious Monk al club Red Drum.
La storia tra Jack e Neal colpisce perfino un musicista di Pomona. Tom Waits dedica, infatti, ai due amici per la pelle una ballata che è un monumento ai due. Narra di viaggi sotto le stelle e di vecchie automobili del '55 che stentano ad arrivare a destinazione. Racconta di essere nato su un taxi in corsa dalle parti di Pomona. Anche Neal sostiene di essere venuto al mondo su una macchina diretta a Los Angeles. Non meraviglia allora che Waits sia riuscito a saltare sulla macchina di Jack e Neal.
La canzone in questione si intitola ovviamente "Jack & Neal" ed è nell'album "Foreign Affairs".

Il mio pranzo intanto si è scongelato e non c'è niente di più piacevole che cucinare con un po' di buona musica in sottofondo. Buon appetito e buon ascolto.



lunedì 7 gennaio 2013

Strangely


All’improvviso mi trovai un amico. Sì, sì, si figuri che in genere non sono portato a legare con le persone, ho una dannata stranezza: faccio fatica ad avvicinarmi alla gente, sono schivo, diffidente. E, s’immagini, con tutto ciò immancabilmente riesce a far breccia nel mio animo qualche tipo imprevisto e inaspettato, che a vederlo non gli si darebbe un soldo, e proprio lui mi piace più di tutti.

(Michail Bulgakov, Il maestro e Margherita)

martedì 27 novembre 2012

Tell me why


Ci sono tanti tipi di amore.

E, poi, c'è l'amore che non sai perchè.

(Foto di Mo Gelber, New York, 2012)

lunedì 26 novembre 2012

martedì 20 novembre 2012

Baby I know it


E poi c'era quella canzone che suonava e risuonava.
Ancora e ancora.
E ci trasportava in un'altra dimensione spazio-temporale.

Stavamo attraversando le vie deserte intorno alla città finchè ci fermammo mentre il ritmo aumentava. Menefreghisti, spensierati quasi incoscienti iniziammo a cantarla con un microfono immaginario in mano. E poi ballammo e salimmo sul cofano, mentre una leggera pioggia autunnale iniziava a scendere.
Gli amici di sempre intanto andavano a ballare nei locali più "in" del momento, e i cellulari squillavano, ma a noi cosa importava? Eravamo straordinariamente io e te. Lì, in mezzo al nulla, illuminati solo dai fari di una macchina immobile. E urlavamo a ritmo di musica e ridevamo e poi urlavamo ancora e ridevamo di nuovo. E il tuo viso nella penombra di cui riuscivo ad assaporarne comunque il sorriso.
Era tutto straordinariamente bello.

E così dopo anni succede che quella canzone la risento oggi, per caso, in questa stanza; e c'è quel bambino con noi che la canta e tutti sorridiamo perchè è così buffo.
Guardo lui ed ogni cosa torna alla mente: chiara, forte, tremendamente viva.
Sorrido mentre le guance arrossiscono.

Quattro minuti appena, e tornare quasi bambina.

sabato 27 ottobre 2012



Tamara de Lempicka (1898-1980) - Ritratto di M.me Allan Bott (1930)

mercoledì 24 ottobre 2012

Two cups


"Qui alla frontiera cadono le foglie,
e benché i vicini siano tutti barbari e
tu, tu sia a mille miglia di distanza,
sul tavolo ci sono sempre due tazze…"

(Anonimo - Dinastia Tang 618-906)







lunedì 22 ottobre 2012

Indefinitamente

Ci sono immagini, e sapori, e profumi misti a contatti di pelle e a sguardi fugaci, che sono destinati a imprimersi per sempre.

Quella mano stanca che si alzava in cenno di saluto ogni volta che mi allontanavo, il sorriso sbiadito dietro ad un vetro appannato, il gabbiano che tardava a prendere il volo in un freddo pomeriggio di fine aprile. L'alba cristallina dalla camera di un albergo e il tramonto incandescente dalla vetrata di una stazione qualsiasi, in un posto del mondo che non importava quale fosse. Il bacio lanciato dal corridoio prima del sonnellino pomeridiano e le parole di una canzone che risuonano ancora nelle orecchie, sussurrate proprio come la prima volta. Le corse per ripararsi dalla pioggia e l'amarsi ,invece, sotto la neve. La sacralità di certi luoghi. La sedia a dondolo, adesso vuota, che ondeggia ancora tra l'erba umida. Il suono della campanella e, anni dopo, l'articolo che scrivi e che viene pubblicato, facendoti assaporare per qualche minuto cosa significa svolgere una "professione" che piace veramente. L'esplosione di certi abbracci e la potenza di un incontro fortuito capace di deviare il corso degli eventi. Il suono di quel treno che conduceva lontano. E il rombo del motore dell'aereo che, invece, riportava a casa. La prima pagina del giornale del mio compagno di viaggio, sconosciuto e forse sperso quanto me. E l'umanità e la dolcezza nel volto di chi la vita l'ha vissuta e sa bene com'è.


Cose che restano.
Indefinitamente.


giovedì 11 ottobre 2012

Sleepless Nights

Certi giorni non hai bisogno di altro.
Se non di una scala all'aperto. O di un balcone.
Di una sigaretta.
Magari di una birra.
E di tutto te stesso a tenerti compagnia.
Insieme al cielo e all'odore acre della pioggia.
Meglio se di notte.
Ho letto, di recente, in un libro che sono le luci degli ultimi piani, accese ancora a tarda notte, a dover colpire. Perchè, quelle, sono le luci di chi resta sveglio, di chi vive, di chi ama, di chi decide di dedicare le ultime ore (le migliori) a se stesso o ad un amore lontano. Di chi si concentra su un vecchio film o su un buon libro. E di chi non smette mai di nutrirsi delle piccole cose.
Chiunque dovrebbe augurarsi di vivere principalmente di notti.
Profonde e insonni notti.

Hai viso di pietra scolpita



Hai viso di pietra scolpita,
sangue di terra dura,
sei venuta dal mare.
Tutto accogli e scruti
e respingi da te
come il mare. Nel cuore
hai silenzio, hai parole
inghiottite. Sei buia.
Per te l’alba è silenzio.

E sei come le voci
della terra - l’urto
della secchia nel pozzo,
la canzone del fuoco,
il tonfo di una mela;
le parole rassegnate
e cupe sulle soglie,
il grido del bimbo - le cose
che non passano mai.
Tu non muti. Sei buia.

Sei la cantina chiusa,
dal battuto di terra,
dov’è entrato una volta
ch’era scalzo il bambino,
e ci ripensa sempre.
Sei la camera buia
cui si ripensa sempre,
come al cortile antico
dove s’apriva l’alba.

(Cesare Pavese)

mercoledì 3 ottobre 2012

It's time that we grow old and do some shit


E' strano come certe storie sembrino perfettamente progettate per scivolarti tra le dita. E' nel loro DNA, non puoi farci niente.
Faresti di tutto per fermarle, per sentirti dire ancora una volta un "Ciao, come stai? Ti va un caffe'? Perfetto, allora passo a prenderti domani!", ma poi per chissà quale strano meccanismo o ragionamento inconscio le parole soffocano in gola. Rimane solo un timido gioco di sguardi e un imbarazzo quasi tagliente percepibile a chiunque nel raggio di qualche chilometro.
Così te ne resti lì, disorientato, confuso, quasi privo di sensi. Non capisci più niente, non sai più distinguere il giusto dallo sbagliato, quello che andrebbe fatto da quello da evitare.
Il vero dilemma è se seguire l'istinto e azzardare o rimanere inerme e non rischiare.
La direzione da prendere è offuscata, evanescente, sempre più lontana.
Ti senti come un cieco alla deriva, allacciato ad una notte che probabilmente non incontrerà mai...




All these people drinking lover's spit
They sit around and clean their face with it
And they listen to teeth to learn how to quit
Tied to a night they never met...

You know its time that we grow old and do some shit
I like it all that way
I like it all that way...

All these people drinking lover's spit
Swallowing words while giving head
They listen to teeth to learn how to quit
Take some hands and get used to it...

(Broken Social Scene - Lover's Spit)

martedì 25 settembre 2012

Quello che resta...



(Valencia, Agosto 2012)

domenica 23 settembre 2012

September, again


Finalmente, Settembre. Si, mi va di iniziare così il mio post perchè semplicemente amo l'autunno. Amo l'aria che si fa pungente, costringendoti a coprirti un po' di più e amo perfino il calare del sole anticipato di quel paio di orette. Anche se forse, a dir la verità, quest'autunno 2012 dovrei amarlo un po' di meno, perchè di pari passo col suo arrivo, se ne andrà anche il mio lavoro. Ma non sono il tipo che si sgomenta; cancellando i primi giorni di angoscia, sconforto e perchè no, anche di paura e incertezza, che mi hanno pervaso giusto il tempo di metabolizzare la notizia, e di pensare a quel paio di RID aperti in banca e a dove potranno attaccarsi da novembre in poi.. ho iniziato a vedere quest'episodio come un qualcosa che porterà inevitabilmente a qualcos'altro di meglio. In fondo non ho mai considerato, questo, come il lavoro della mia vita anzi, quasi mi soffocava. Mi piace pensare, al 2013, come all'anno della svolta, l'anno in cui inizierò a dedicarmi veramente a cio' che più desidero. O per lo meno, è quello che mi auguro. Ventotto anni, ed iniziare a vivere. Iniziare a vivermi senza più lasciarmi condizionare dalle circostanze. Non importa dove. Quello che conta è che sia adesso. E finalmente.

In questi ultimi giorni è successo che ho prenotato un volo per Parigi: partirò solo con uno zaino, in cui non mancheranno un bel po' di curricula, perchè in fondo la vita che cos'è? Se non una combinazione stravagante di eventi?
La vita è saper rischiare al momento giusto, saper buttarsi prendendo la rincorsa nonostante l'incazzatura che nutri dentro.

E, come dice una famosa canzone di De Andrè, tutto sommato mi piace immaginarmi di spalle, con i miei capelli color rame perennemente fuori posto e, soprattutto, mi piace immaginarmi di spalle, partire.